L’immaginazione sociologica per capire crisi e consumi

L’immaginazione sociologica è un importante libro del sociologo americano Charles Wright Mills, la sua prima pubblicazione risale al 1959. Si tratta di un autore che ho incrociato nella manualistica per gli esami, durante i miei studi universitari e che in seguito ho letto anche per scelta.

In questo breve post riprendo l’idea di immaginazione sociologica, per una breve riflessione personale sulla crisi economica italiana, che ci accomuna ad altre nazioni e dalla quale non siamo ancora usciti.

Vorrei partire però da qualche idea sulla ricerca sociale, che si fa grazie a evidenze empiriche socialmente verificabili. Questo vuol dire spesso utilizzare dati ufficiali o ricerche economiche e sociali realizzate ad hoc dai ricercatori.

Prima di abbandonarsi alla “certezza” dei numeri o semplicemente usare dati socio-economici importanti, sono convinto che un buon discorso sociologico possa partire dall’immaginazione. Immaginando ad esempio le relazioni sociali tra persone e organizzazioni della più diversa natura, pubbliche e private, e anche ripercorrendo la nostra esperienza di cittadini e osservatori dei fenomeni sociali.

Se si prendono in considerazione i processi economici e sociali giusti, intendo quelli fondamentali nella nostra vita (lavoro, famiglia, studio, tempo libero, mobilità), sono possibili valutazioni importanti anche in assenza di dati numerici. 

In altre parole, possiamo osservare direttamente le cose nel mondo che ci circonda e attraverso le informazioni fornite da web, tv e giornali, facendo ricerca sociale in prima persona.

Certo, l’inclusione di qualche dato può rafforzare il ragionamento, o indebolirlo in qualche caso, oppure un numero può essere proprio il punto di partenza di un processo immaginativo dei fenomeni del mondo sociale che abitiamo.

Riprendiamo il discorso, anche senza usare dati numerici, sappiamo di una lunga e perdurante crisi economica, in Italia e non solo.

La crescita del Pil è da tempo prossima allo zero, il lavoro è più precario di prima, c’è crisi delle entrate fiscali e ci sono da anni tagli alla spesa pubblica, per esempio in termini di numerosità del pubblico impiego. Vaghiamo in una sorta di circolo vizioso di bassi stipendi, disoccupazione, povertà e bassi consumi. Anche chi ha un buon lavoro spesso ha una qualità della vita bassa e disagi di ogni tipo.

Da anni si cerca di risolvere tutto questo principalmente abbassando le tasse a imprese e cittadini, senza neanche riuscirci sostanzialmente, oppure proponendo grandi opere pubbliche. Non molto altro, se escludiamo tanti dibattiti sulle riforme istituzionali.

Forse neanche una discreta disponibilità di soldi in più, derivante da meno tasse, rilancerebbe i consumi individuali e familiari. Anche i consumi delle imprese di conseguenza non aumenterebbero, con qualche migliaio di euro in più all’anno. Qualche soldo in più dal calo delle tasse produrrebbe probabilmente solo un lieve aumento del risparmio privato.

Proviamo a usare un po’ di immaginazione sociologica, in chiave storica.

Dal dopoguerra in poi, fino agli anni 80 forse, le famiglie hanno acquistato la prima casa e chi poteva anche la seconda. Si spendevano soldi per arredare questi immobili, la propria casa veniva accessoriata di elettrodomestici di sempre nuova concezione, alimentando quello che poi venne chiamato consumismo.

Abbiamo acquistato inoltre fino a pochi anni fa una o due auto per famiglia, televisori, videoregistratori, videocamere, computer e cellulari, infine tablet, smartphone e abbonamenti alla tv digitale. 

A questo punto le grandi innovazioni capaci di suggerire nuove forme di consumo potrebbero cominciare a scarseggiare. Cosa non trascurabile, dopo la grande ondata di consumismo e anche di sana curiosità direi, sta forse prevalendo un consumo sempre più consapevole, anche grazie alle informazioni disponibili sul web e alla voglia di inquinare di meno.

La domanda diventa allora: è davvero possibile che i consumi individuali riprendano vigorosamente come è stato dagli anni cinquanta fino agli anni ottanta?

E’ auspicabile e possibile, data la scarsa sostenibilità ambientale di questo modello, che questo accada di nuovo? 

Ormai si parla da tempo di economia circolare, decrescita felice, sostenibilità e green economy. Ma come si fa con la lotta alla disoccupazione, alla povertà assoluta e relativa?

Come si tiene insieme tutto questo con la necessaria crescita della qualità della vita di cui tutti abbiamo bisogno nelle grandi città, se la gente non consumerà più come prima anche col ritorno a una maggiore disponibilità di soldi che deriverebbero dal calo delle tasse?

Una strada potrebbe essere puntare sui consumi pubblici locali, invece che su quelli individuali e familiari. Per esempio trovando il modo di finanziare la crescita dei trasporti pubblici locali e favorire il dimezzamento del numero di auto in circolazione, oppure puntando sulla riqualificazione energetica di edifici pubblici e privati. 

Anche il recupero di materie prime dalla raccolta differenziata dei rifiuti potrebbe favorire l’impiego pubblico.

La crescita dell’impiego pubblico locale e il conseguente lavoro stabile degli addetti in questo settore produrrebbero un servizio utile per tutti, al riparo dalle fluttuazioni di economia e finanza globale. 

Questo potrebbe essere un modo per rilanciare anche un po’ i consumi individuali e industriali, senza inquinare.

Ma per inquinare di meno e rilanciare i consumi ci sarà bisogno di passare dal consumo sfrenato di beni e servizi a rapida obsolescenza alla spesa per manutenzione e cura di beni, servizi e persone.

Per idee e proposte di collaborazione non esitare a contattarmi.

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